La rabbia dopo una separazione è reale. E spesso è intensa, più intensa di quanto ci si aspettasse, più difficile da gestire di quanto si vorrebbe ammettere.
Può essere verso di lei: per quello che è successo, per come è andata, per le cose che si sono dette o non dette. Può essere verso sé stessi: per aver sbagliato, per non aver visto prima, per aver perso tempo, per non essere riusciti a tenere insieme le cose. Può essere verso la situazione in generale, quella sensazione sorda di ingiustizia che non ha un destinatario preciso ma che è sempre lì.
Quello che molti uomini non sanno è che quella rabbia, quasi sempre, non è quello che sembra.
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La rabbia è una risposta secondaria
La rabbia è spesso un’emozione di copertura. Viene prima, è più immediata, più accessibile, più “accettabile” socialmente per un uomo, rispetto a quello che c’è sotto.
Sotto la rabbia, quasi sempre, c’è dolore. C’è paura. C’è il senso di impotenza di fronte a qualcosa che non si è riusciti a controllare. C’è il dolore per la perdita, che è più difficile da stare, e che la rabbia tiene temporaneamente a distanza.
Questo non significa che la rabbia sia falsa o irrilevante. Significa che se la lavori solo in superficie, se cerchi di controllarla, di sopprimerla, di sfogarla, non arrivi mai a quello che c’è sotto. E quello che c’è sotto continua a fare il suo lavoro.
Le forme della rabbia post-separazione
La rabbia dopo una separazione non si presenta sempre nello stesso modo. Riconoscere la forma specifica in cui la stai vivendo è il primo passo per lavorarci.
Rabbia esplicita verso l’ex partner. È la forma più visibile. Può essere alimentata da episodi specifici, comportamenti durante la separazione, questioni legali, la gestione dei figli, o può essere una rabbia più diffusa, legata alla storia della relazione e a quello che non ha funzionato. Quando questa rabbia guida le decisioni pratiche, quelle sui figli, quelle economiche, quelle legali, il danno può essere significativo e duraturo.
Rabbia verso sé stessi. Avrei dovuto vedere prima. Avrei potuto fare di più. Sono stato stupido, ingenuo, troppo cieco. Questa forma di rabbia si trasforma facilmente in autocritica cronica, un loop di pensieri negativi su sé stessi che non porta da nessuna parte ma che consuma molta energia.
Rabbia spostata. Emerge in contesti che non c’entrano direttamente con la separazione: al lavoro, con i figli, nel traffico, nelle piccole frustrazioni quotidiane. È la forma più pericolosa per le relazioni che restano, perché viene scaricata su persone che non ne sono la causa.
Rabbia repressa. Non si mostra, o quasi. Viene tenuta sotto controllo, gestita, nascosta. Ma si manifesta in modo indiretto: tensione fisica, insonnia, apatia, cinismo, distanza emotiva. È la forma che più facilmente si cronicizza senza che ci si renda conto di quanto stia costando.
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Cosa fare con la rabbia, e cosa non fare
Non fare: Sfogare la rabbia in modi che danneggiano le relazioni che contano, con i figli, con l’ex partner in modo conflittuale, con le persone vicine. Usare la rabbia per prendere decisioni importanti, quelle economiche, quelle legali, quelle che riguardano i figli. Reprimerla completamente pensando che sparirà da sola. Usare alcol, lavoro compulsivo o attività fisica estrema come valvola di sfogo senza mai guardare cosa c’è sotto.
Fare: Riconoscerla, nominarla a sé stessi, senza giudicarsi. Chiedersi cosa c’è sotto: cosa mi fa così tanto male in questa situazione? Creare spazi in cui scaricarla in modo neutro, il movimento fisico intenso, la scrittura, qualsiasi attività che permetta di dare sfogo all’energia senza danneggiarsi o danneggiare gli altri. E, quando la rabbia è intensa, persistente, o sta compromettendo relazioni importanti, portarla in uno spazio professionale.
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La rabbia e i figli
Questo è il punto più delicato, e il più importante.
La rabbia verso l’ex partner, quando viene veicolata attraverso i figli, fa danni che durano nel tempo. Non servono parole esplicite: i figli percepiscono la tensione, captano i commenti velati, si trovano in mezzo a qualcosa che non hanno scelto e che non riescono a gestire.
Proteggere i figli dalla propria rabbia non significa fingere che vada tutto bene. Significa trovare altri canali, altri spazi, altre persone, in cui elaborare quello che senti, senza usare i figli come destinatari o come intermediari.
Un padre che lavora sulla propria rabbia, che la riconosce, che la gestisce, che non la riversa su chi gli sta intorno, è già, in questo senso, un padre migliore.
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Quando la rabbia è un segnale che qualcosa va lavorato
Non tutta la rabbia va “risolta” in fretta. In alcune fasi del lutto, la rabbia è una tappa necessaria, un segnale che si sta elaborando una perdita reale.
Ma ci sono segnali che indicano che la rabbia ha smesso di essere un passaggio e sta diventando un blocco:
Dura da mesi senza attenuarsi. Guida decisioni importanti che poi si rimpiangono. Sta compromettendo il rapporto con i figli o con le persone vicine. Non riesci a pensare alla separazione senza che quella rabbia torni intatta, come se fosse ancora ieri. Senti che sotto c’è qualcosa, un dolore, una paura, che non riesci a raggiungere.
In questi casi, lavorarla con un professionista non è un lusso, è la cosa più sensata che puoi fare, per te e per chi ti sta intorno.

